“Lei come sta?”, una semplice domanda ha cambiato il futuro di Silvia

Quando ci siamo incontrate in videocall, entrambe pigiamate dal divano di casa in pieno lockdown, la carica travolgente di Silvia mi ha investita in pieno. Mi ha raccontato, quasi con leggerezza, gli alti e bassi di una vita segnata da infiniti punto e a capo. Poi un giorno il Preside della scuola di suo figlio le fa una semplice domanda che per lei significa la svolta. Silvia Farina, 47 anni, è un’instancabile esempio di resilienza, leggere il suo racconto infonde forza, coraggio e rappresenta una sfida a non arrendersi mai.

A 28 anni mi sono ritrovata a fare i conti con la fine del mio matrimonio e a dover gestire da sola mio figlio di appena 2 anni. In quel periodo lavoravo come segretaria. Per cercare di conciliare al meglio il lavoro con gli impegni di mamma, ho deciso di aprire un asilo nido, ma mi sono resa conto abbastanza in fretta che il lavoro da imprenditrice non era nelle mie corde.

Sono passata quindi in una società di Consulenza manageriale che, nel 2008, ha subìto pesanti contraccolpi dalla crisi economica e mi sono ritrovata di nuovo senza lavoro.

Ho ricominciato in una palestra della cosiddetta Milano bene nel ruolo di Direttore commerciale. Ma dopo qualche tempo ho scoperto che la politica aziendale prevedeva il rinnovo del management ogni due anni. E così eccomi ancora punto e a capo.

Mi sono subito messa alla ricerca di un nuovo lavoro. Ho una formazione linguistica e commerciale e ovunque mi presentassi mi offrivano incarichi che prevedevano frequenti spostamenti e viaggi. Ma non me lo potevo permettere perché dovevo seguire mio figlio ed ero da sola.

Ho rimesso in moto il cervello e ho deciso di tentare di nuovo un’attività in proprio, magari stavolta sarebbe andata meglio. Sentivo di avere le spalle più forti, tanta esperienza e una situazione familiare più tranquilla perchè il mio bimbo stava crescendo.

Decido di scommettere di nuovo su di me e riparto facendo leva su una passata esperienza di volontariato che mi aveva lasciato un’impronta molto positiva nei confronti del sociale. Avevo capito che aiutare gli altri mi piaceva e mi dava grande soddisfazione.

Ecco allora da dove ripartire

Apro un’agenzia di servizi a domicilio per l’assistenza a persone anziane. Ero convinta che questo mi avrebbe resa felice.
Decido di aderire a un franchising per ricevere la formazione professionale necessaria e divento affiliata di una società americana molto strutturata, la Home Instead Senior Care, presente con 1000 agenzie in oltre 13 paesi del mondo. Faccio questa scelta perché le società italiane interpellate, a mio giudizio, non erano riuscite a infondermi fiducia e motivazioni tali da affidargli i miei risparmi.

Nei 6 anni in cui ho gestito l’agenzia, sono riuscita a inserirmi in un target di clientela molto alto. I servizi forniti erano di livello top e di conseguenza anche i prezzi erano alti. Ma lo spirito solidale che mi aveva spinta verso quel lavoro non si fermava davanti a una questione di prezzo. Anche quando arrivavano da me persone che non si potevano permettere i miei servizi, ero sempre pronta – se potevo – a dispensare consigli e trovare soluzioni alternative.

Quell’esperienza è stata molto bella e coinvolgente. È stata però anche totalizzante, nel senso che non avevo considerato che gestire l’agenzia da sola fosse un errore. L’impegno si è rivelato troppo gravoso, la reperibilità era 365 giorni all’anno 24 ore su 24. Trattandosi di servizi rivolti a persone fragili il telefono non finiva mai di squillare e, a lungo andare, il super-lavoro mi ha piegato le gambe e ho rischiato la mia salute. Con grande difficoltà e altrettanto dispiacere sono arrivata alla decisione di chiudere l’attività.

Anche in questo caso però mi sono concentrata sul buono e sul positivo che avevo ricevuto da quell’esperienza, e li ho utilizzati per ricominciare da un’altra parte. D’altronde, come diceva Steve Jobs, i puntini si collegano, connect the dots.

C’è stato un episodio che ha segnato la mia vita ed è coinciso con un periodo in cui mi dovevo fare in quattro per riuscire a stare dietro a tutto, lavoro, famiglia. Le giornate erano un rincorrersi di impegni senza sosta, dovevo continuamente trovare una soluzione a ogni cosa. Mi stavo barcamenando anche in una lunghissima battaglia durata 10 anni con il mio ex marito per chiudere un passato che si ostinava a non trovare fine.

In uno di quei giorni mi è capitato di andare a parlare con il Preside della scuola di mio figlio per chiedere un favore. L’uomo mi ha ascoltata, mi ha chiesto informazioni e dettagli per essere sicuro di aver compreso bene la situazione.

Alla fine di tutto mi ha chiesto: “ma lei come sta?” …era la prima volta che qualcuno mi chiedeva come stavo, che rivolgeva a me la sua attenzione.
Scoppiai a piangere e questa fu la mia risposta.

Quell’episodio è inciso in maniera indelebile nei miei ricordi e mi è servito per capire una cosa. La parte che amavo di più del mio lavoro in agenzia era ricevere e incontrare i familiari. Le persone che mi contattavano, arrivavano da me schiacciate dai sensi di colpa e da un dolore gigantesco.

Memore di quell’incontro con il Preside io li lasciavo parlare, li ascoltavo, li confortavo, li rassicuravo sul fatto che stavano facendo una cosa buona e alla fine gli chiedevo sempre: “ma lei come sta?”.
Tutte le volte, ancora oggi, vedo negli occhi di quelle persone la stessa reazione di stupore che avevo avuto io davanti al Preside e sento quella stessa commozione di quando si viene “viste”. Mi piace ricordare che nel film Avatar, il popolo Navi per dichiarare il proprio amore non dice “ti amo” ma “ti vedo”. È questo che desidero trasmettere a chi si affida a me perchè le fa sentire accolte, ascoltate, comprese, gli dona sollievo e a me dà grandissima gioia.

Per dare maggiore visibilità all’attività della mia agenzia mi ero rivolta a VillageCare, il primo portale italiano di orientamento e supporto ai figli caregiver. Il colloquio con loro mi ha fatto comprendere che dedicare tutto il mio tempo a incontrare e aiutare i figli caregiver – cioè coloro che si devono occupare di organizzare il supporto ai genitori anziani – poteva diventare un lavoro, il “mio” lavoro. Era il tassello che mi mancava per decidere di concludere l’attività dell’agenzia. L’ho chiusa nel giro di un paio di mesi immediatamente prima del lockdown.

Durante le settimane di quarantena mi sono presa il tempo per pensare a come presentarmi alle persone, cosa dire, come spiegare il mio ruolo. La figura che ho in mente non deve essere confusa con quella dell’assistente sociale né quella dell’assistente familiare il cui profilo, tra l’altro, richiede 3 anni di formazione. La definizione che ho trovato per me è Consulente per assistenza alle persone anziane. Il mio servizio si rivolge ai caregivers, ovvero ai figli che si prendono cura di genitori anziani e fragili: organizzo l’assistenza ai genitori.

Con l’aiuto di un’altra donna, anche lei cinquantenne che si è reinventata, ho creato un volantino e ho iniziato a darmi da fare per farmi conoscere. Ho creato un piano editoriale social, curo maggiormente le relazioni virtuali e personali, faccio video e partecipo a eventi del settore.  

La mia nuova strada è aperta davanti a me e io sono pronta a ripartire

VillageCare mi ha chiesto di collaborare con loro. Questo mi dà la possibilità di iniziare come libera professionista e al contempo di poter contare sull’appoggio di una realtà strutturata.

Con questo nuovo progetto ho valorizzato il grande patrimonio di esperienze e conoscenze accumulato negli anni, sia di tipo professionale che personale. Tutto è servito. Ho deciso di ripartire da quello che mi appassionava del mio lavoro precedente e ho puntato dritto su quello.

Per me è importante andare avanti senza rimpianti, non dover mai dire a me stessa “se avessi fatto questo o provato quest’altro”. Io ho provato tutto, ho aperto la porta a qualunque cosa ho avuto l’opportunità di fare e alla fine i puntini si sono collegati.

Questo il link alla pagina facebook professionale di Silvia
https://www.facebook.com/Anziani-Lombardia-e-non-solo-111949180427490

(la foto in evidenza è di Silvia Farina)

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2 commenti su ““Lei come sta?”, una semplice domanda ha cambiato il futuro di Silvia”

  1. Silvia Farina è una donna speciale!
    Io sono un’ assistente sanitaria Naturopata, mi occupo di persone e ad oggi sto ancora raccogliendo i frutti dei contatti avuti tramite Silvia, portando avanti la mia professione dedicata al benessere e all’ assistenza dei più fragili
    Nadia

    1. Ho capito anch’io il valore di Silvia ascoltando la sua bella storia di resilienza. Nonostante tutti gli ostacoli incontrati non ha mai gettato la spugna. Sono felice di aver potuto ospitare la sua storia nel mio blog.
      Grazie Nadia del tuo commento, Loredana

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