La mia storia e quella di Marco Valeriani si sono incrociate in passato, eravamo colleghi quando l’onda d’urto del licenziamento a 50 anni ha investito in pieno tutti e due.
Sono passati 7 anni da allora (era maggio 2015) e ci siamo ritrovati qualche giorno fa davanti a un alcolicissimo spritz a raccontarci le giravolte e i tripli salti mortali fatti per rimetterci in pista.
Stessi alti e bassi, stesse paure e speranze e stessa ostinata caparbietà nel “non voler ammainare la bandiera” – come dice lui – ma ripartire, ricominciare, reinventarsi sempre, in qualche modo, da qualche parte.
Io e Marco siamo campioni del mondo di ricominciamenti.
Nel 2015 la batosta che ricevo è doppia. Perdo il posto fisso – mi occupavo di comunicazione e qualità in una società di servizi aeroportuali – e in famiglia precipita, fragorosa, la morte: il babbo viene a mancare.
È come sentirsi l’ultimo birillo della fila; quello pronto a cadere e regalare la vittoria al giocatore di bowling. Invece, oscillo – seppur rintronato dal duplice uppercut – ma non mollo.
Fa strano dover raccattare le proprie cose, metterle nello scatolone e scendere le scale per l’ultima volta. Il cuore si stringe, la voglia di urlare aumenta: e adesso cosa faccio?
Nel 2015 ho da poco compiuto 53 anni. E credo di non aver mai odiato tanto la mia età anagrafica quanto in quella stra-sfigata occasione: trascorse 15 stagioni d’ufficio vengo risucchiato dal tornado del fallimento.
Dopo i 50 anni il mercato si restringe. Diventa imbuto, anzi minuscolo pertugio. Da lì è difficile rientrare in partita, almeno nelle occupazioni cosiddette tradizionali.

Metto l’anima in pace e nel guardarmi attorno trovo la forza di rispolverare il vecchio mestiere del giornalista di medicina.
Già collaboravo con un importante gruppo sanitario italiano; mai e poi mai avrei però pensato di far diventare quella passione parallela un impegno a tutto tondo. La fortuna ci mette lo zampino e la barca sembra riprendere vela.
Fino al 2019 quando, feroce mea culpa a 57 anni, una leggerezza comportamentale mi costa cara e l’accordo s’interrompe (ah, nel frattempo, nel 2018, vinco una selezione per professionisti e inizio a seguire l’ufficio stampa di un piccolo comune; qualche mese più tardi aggiungo un’associazione di comuni).
Il passo successivo è di nuovo legato alla medicina, questa volta ai trapianti di fegato. Un’agenzia di comunicazione romana, visto e valutato il curriculum di 7 pagine, m’arruola con il compito d’intervistare gli specialisti e curare testi e sito internet.
Siamo alle porte del primo lockdown per Covid-19: qualcosa va storto – entrano in ballo gli avvocati sulla questione pagamenti – e l’opportunità offerta finisce gambe all’aria.
Non c’è proprio da stare allegri. Il flusso dei contratti occasionali singhiozza parecchio. Siamo chiusi in casa e aspettiamo soltanto il TAAACCC in cui il virus si toglie dalle palle. Macché! La situazione si complica e a febbraio 2021, era glaciale del secondo “Fermi dove siete, il Covid vi scruta”, sono talmente abbattuto e avvilito da mordere i calcagni alle persone.
Seduto alla scrivania, con gli occhi rivolti verso la strada, ritrovo degli appunti presi durante alcuni incontri con una ex collega grafica.
Scocca la scintilla: mi faccio da solo un sito web e comincio a scrivere di vino, cibo, cucina, cuochi, cuoche, salami, prosciutti, formaggi, paste, dolci… Almeno non morirò con le braccia conserte. Intanto, l’ora dei vaccini – la televisione non parla d’altro – s’avvicina a grandi falcate.
Il 22 febbraio 2021 nasce – udite udite – il web magazine ItaliaSapore.it
La piattaforma scelta è blogger.com e il risultato finale fa meno schifo del previsto. Ok, ho il sito, ho le idee ma come lo riempio ‘sto coso visto e considerato che di seria critica culinaria ne so quanto l’alimentarista sotto casa?
Gli amici veri, se bussi all’uscio ti aprono: giro di telefonate, altro giro su Facebook e in meno di due ore ricevo i numeri del cellulare e gli indirizzi mail privati dei migliori Chef d’Italia! Da quell’istante, a macchina appena avviata, il moto perpetuo delle conoscenze – catena di Sant’Antonio benedetta davvero – alimenta furioso gli ingranaggi. Il carbone dei suggerimenti fa garrire le caldaie della nave. Spingo il bastimento al largo e il morale si risolleva. L’umore migliora. Sorrido: cavoli, funziona! Funziona e adesso si sta lentamente trasformando nella mia attività principale: giornalista del food&wine.
Un segreto per tornare a ri-scattare (o ri-scattarsi) all’alba dei miei 60 anni? (sì, vengo dal 1962 e dal pianeta boomer) Forse l’indole. O forse il fatto di non voler ammainare la bandiera e farsi sconfiggere dall’inerzia e dalle arrabbiature. Dai soldi sempre pochi e sempre conquistati a fatica (le fatture vanno in pagamento a scadenze bibliche). O, ancora, da chi ti soffia contro e se può qualche dispettuccio te lo confeziona con tanto di sorrisetto beffardo (della serie “Io so Io e voi nun siete un c….”).
Una cosa comunque la so di certo e la voglio mantenere intatta. A prescindere dai momenti storti, dai travasi di bile, dai pianti notturni e dalle gioie condivise: non smetterò un solo giorno di studiare e leggere.
A proposito: lassù, Amazon i libri li consegna regolarmente?

