Una storia con 3 R: Roberta, Resilienza, Ripartenza

Qualche tempo fa un’amica mi ha segnalato il blog di Roberta Marcaccio. Accanto al suo nome c’è uno stiletto rosso dal tacco vertiginoso e una dichiarazione d’amore per la scrittura. Già mi piace!
Mi immergo nei suoi articoli e in uno ritrovo le stesse dis/avventure che ho vissuto anch’io negli ultimi anni. La perdita del lavoro a quasi 50 anni e gli alti&bassi che ne sono seguiti.
Scopro che siamo “vicine di casa”, appena qualche chilometro. Quando ci sentiamo al telefono siamo ancora in zona rossa ma ci salutiamo dandoci appuntamento davanti a una birretta sotto il sole della Riviera romagnola. Direi che è arrivata l’ora di quella birretta.

Il lavoro è sempre stato importante nella mia vita: gli ho dedicato tempo, energie ed entusiasmo. È nella mia natura sentire il bisogno di divertirmi e appassionarmi alle cose che faccio e questo vale per il lavoro e per la vita privata.

A 25 anni sono entrata in un’azienda informatica nella quale si è sviluppata la mia carriera e che ho percepito fin da subito come una famiglia. Ho iniziato come operatore telefonico per l’assistenza tecnica ai clienti e l’anno successivo ero già responsabile del mio piccolo settore.

Contemporaneamente nasceva e cresceva, con grande gioia, anche la mia famiglia privata: mi sono sposata l’anno dopo la mia assunzione e dopo 4 e 10 anni sono nati i nostri due figli.

Come lavoratrice ho ricoperto diversi ruoli: controllo qualità, formazione, analisi, assistenza, product manager, capo reparto, un percorso pieno di alti e bassi, gioie e dolori, accompagnato spesso dalla voglia di mollare tutto. Mi sono persino licenziata per ritrovarmi dopo qualche anno esattamente dov’ero prima. Se si scorre il mio curriculum sembra che io abbia cambiato tante aziende, in realtà si è trattato per lo più di passaggi di proprietà e cambi di denominazione sociale: io ero seduta sempre alla stessa scrivania.

Roberta Marcaccio

Come capo reparto uno dei miei ruoli principali era la gestione dei collaboratori. Ho seguito qualche corso di formazione interno all’azienda per crescere come responsabile ma nessuno mi ha educata all’approccio relazionale con gli altri, ad accompagnarli nel lavoro e nella vita, a essere la spalla amorevole e, a volte, l’autorità. Ho sviluppato uno stile di leadership che puntasse maggiormente alla creazione di un ambiente sereno e armonico dove io ero il riferimento e il parafulmine per i miei collaboratori e per i clienti.

Dal 2010 in poi ho anche iniziato a viaggiare tantissimo: Roma, Napoli, Bologna e, soprattutto, Milano che raggiungevo tutte le settimane dal giovedì al venerdì.
Dal 2017, con una nuova acquisizione aziendale, la mia sede di lavoro è diventata Pesaro.

Tutto questo dando la priorità alla famiglia che ha sempre occupato un ruolo cardine nella mia vita e a cui ho cercato di non fare mai mancare presenza, amore e sostegno anche se, con una vita professionale così totalizzante, non sempre è stato facile. Grazie alla pazienza infinita e amorevole di mio marito è stato possibile conciliare tutto.

A ottobre 2017 mi viene proposto il ruolo di responsabile del team di Pesaro collegato a una multinazionale che aveva una delle sue sedi a Ivrea.

Non avevo troppe alternative. Ci penso, accetto e divento capo-reparto di un team di 35 persone e, di nuovo, inizio a viaggiare. La settimana successiva ero già a Ivrea, nel Canavese, a conoscere il mio nuovo capo. Da quel momento inizio una vita nomade tra la Romagna e il Piemonte per affrontare una sfida professionale stimolante ma burrascosa, piena di insidie e complessa a livello relazionale ed emozionale.

A novembre 2018 mi viene comunicata l’assegnazione di un nuovo incarico, il mio ruolo sarebbe stato ricoperto da un collega e la mia nuova sede di lavoro sarebbe diventata Ivrea. Un taglio in piena regola. Un evento inaspettato e doloroso.
Ho cercato di capire il perché di quell’ulteriore cambiamento che mi demansionava, ho chiesto spiegazioni del perché venissi retrocessa a un ruolo di segretaria dopo essere stata responsabile di un intero settore e trasferita a 500 km da casa. Non ho ricevuto risposta, ho elaborato supposizioni, ripensato ai miei comportamenti e considerato ogni ipotesi possibile, arrivando a credere di aver dato fastidio a qualcuno col mio atteggiamento o che a tagliarmi le gambe fosse stato il mio non adeguarmi a certe dinamiche aziendali. In cuor mio non ho trovato altre spiegazioni e il messaggio era abbastanza chiaro.

A 53 anni mi sono ritrovata in mezzo a un tifone, a ricoprire un nuovo ruolo senza formazione e aiuto alcuno. Continuavo a lavorare usando il buon senso che mi ha sempre caratterizzata e che all’improvviso era diventato motivo di dissidi e spaccature sempre più profonde.

Dopo quattro mesi di pendolarismo Coriano-Ivrea e nonostante continuassi ad amare le persone con cui lavoravo, con la morte nel cuore ho rassegnato le dimissioni. È stato doloroso lasciar andare una cosa a cui tenevo tanto ma che sapevo di avere già perso. Sapevo di avere fatto tutto quello che potevo nel miglior modo possibile ma, nonostante razionalmente ne fossi cosciente, la mia anima aveva registrato solo un messaggio: quella sbagliata ero io. Non sono andata lontana dal buio della depressione e, grazie al mio carattere e alla mia capacità di reagire alle tempeste, ho trovato la strada per rinascere.

A maggio 2019, pochi giorni dopo le dimissioni, ho iniziato una nuova avventura: altra azienda dello stesso settore in cui mi occupo di assistenza post-vendita ai nuovi clienti, organizzazione delle operazioni di avviamento e presentazione dei prodotti a potenziali acquirenti. Ricominciare daccapo mi ha fatto toccare con mano che la cocente delusione vissuta in passato ha lasciato in me ferite profonde e ha fatto sì che mi approcciassi alle nuove avventure della vita col freno a mano tirato, senza quello slancio che mi ha sempre caratterizzata.

Gli attuali ritmi di lavoro sono più permissivi rispetto al passato e l’assenza di continue trasferte mi ha dato la possibilità di ritrovare tempo da dedicare alle mie passioni: la scrittura e lo studio.

Negli ultimi mesi ho scritto e pubblicato il mio terzo romanzo dal titolo “Il cactus non ha colpa”, una storia di fantasia che trae spunto dal mio vissuto professionale. Il romanzo piace, stimola la riflessione in tanti lettori e questo ha dato una bella spinta verso l’alto alla mia autostima.

Un sogno che era rimasto chiuso a chiave in fondo a un cassetto per vent’anni e che avevo dimenticato è quello per la naturopatia. Ho sempre avuto la passione per oli, pietre, fitoterapia, mi curo fin dove possibile con terapie non allopatiche e ho sempre “pasticciato” con i rimedi naturali. Parlandone con un’amica la lampadina si è riaccesa. Avevo da sempre il desiderio viscerale di rimettermi a studiare e l’ho realizzato.

Mi sono iscritta alla scuola di naturopatia appassionandomi moltissimo alla materia e sono entrata subito in sintonia con le persone che la frequentano. La scuola tra l’altro si trova in un posto meraviglioso, dove la pace e il benessere sono il centro di ogni cosa, così come dovrebbe essere nella vita di tutti.

Mi sto rendendo conto che esiste un filo conduttore che mi ha portata fin qui, il proseguimento logico di un cammino iniziato da ragazza quando frequentavo comunità e istituti che si occupavano di persone affette da disabilità e problemi psicologici. In quelle situazioni dure e complicate riuscivo a dare qualcosa agli altri e a ricevere altrettanto da loro.

La naturopatia è una filosofia legata al benessere della persona che, nel mio ruolo di leader di un’azienda fatta principalmente di persone, è sempre stato il mio fine primario. Assicurare l’armonia, l’interscambio e la serenità delle persone nell’ambiente di lavoro dovrebbe essere l’obiettivo principe di ogni manager prima ancora di occuparsi di numeri e risultati.

Sto sperimentando su me stessa i benefici degli studi grazie al Reiki, alla riflessologia e ai fiori di Bach. La naturopatia, prima di tutto, è un percorso di crescita e ricerca dentro di sé, percorso che mi sta aiutando a guardare con compassione le mie tante ferite, a consapevolizzare comportamenti e fatti accaduti, soprattutto quelli che pensavo fossero stati superati.

Dopo i 50 anni mi sono messa in discussione, ho scavato a fondo dentro me stessa e mi sono chiesta “cosa volessi fare da grande”. Sento di essere in un cammino che non so esattamente dove mi porterà, ma per il momento mi godo il ”viaggio”. Ho tantissime idee e sogni scarabocchiati in un quaderno, tutti meravigliosi, appassionanti e raggiungibili. Questa volta però credo che lascerò fare alla vita, lei saprà stupirmi.

Questo il link al blog di Roberta

(La foto in evidenza è di Loredana Cecchini scattata al Parco del Monte San Bartolo, vicino Pesaro)

Condividi su...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna su